Tonda, di sicuro. Perchè quando impari a sviluppare le espressioni vedi le parentesi quadre e quelle graffe e quando ci sono quelle graffe ti spaventi che dici "mamma mia che complicata che sarà questa !" e ti sembra che il mondo delle parentesi finisca lì. Poi un giorno impari il lisp e ti rassegni.
E così fra una parentesi e l'altra sono successe un sacco di cose e ci sono un sacco di arretrati e altre parentesi aperte all'orizzonte che non faranno che ampliare la spirale caotica al centro della quale mi trovo, ma come mi ha rivelato Leyla, solo chi ha il caos dentro di sè può vedere la stella ballerina (disse Nietzsche), quindi non ho più paura nemmeno del caos e delle spirali.
E meno male, perchè nel mondo del caos le parentesi non sono simmetriche, si aprono e si chiudono senza un motivo apparente e senza un ordine preciso, prima di quanto ti aspetti o decisamente dopo il tempo che sarebbe ragionevole e sopportabile.
E così succede che siamo arrivati e ripartiti, e nel mentre qualcuno ha deciso di non farsi più vedere, poi qualcun altro ha bussato alla porta, gli è stata aperta, ma ha deciso di fare dietro-front, e poi come naufraghi ci siamo trascinati via da un microcosmo dopo aver conosciuto un sacco di persone e fatto pochissime cose, e adesso siamo qui da qualche parte pronti per andare in un altro posto, mentre attorno e dentro nulla cambia e tutto evolve, la zuppa ribolle e si rimescola e genera bolle che a volte scoppiano e a volte diventano gusci di tartarughe acquatiche che nuotano e osservano e vagano alla ricerca di uno scoglio mangereccio e un'anfora da svuotare per deporci le uova.
Tante cose da dire, vere e inventate, verità romanzate, gioie e dolori, e personaggi, uno alla vota, punto per punto, virgola dopo periodo, sinonimo di contrario, torte in faccia e bombe alla mano, fuoco alle polveri brace non fa.
A presto ...
lunedì 6 agosto 2007
venerdì 2 marzo 2007
Somme
Diciamo che in questo momento, guardandomi indietro, i sentimenti chiave che possono riassumere questo periodo sono tre: Leyla, vivere, e partire (la parte più intensa del viaggio).
Leyla chiaramente è il centro di tutto, è per incontrare lei che sono venuto qua; non diciamoci cazzate riguardo a lotte operaie e militanza politica. Ci siamo trovati, indiscutibilmente e inspiegabilmente, abbiamo il rapporto che abbiamo sempre cercato e lo abbiamo avuto dal primo istante: di cooperazione, comprensione, dialogo, festa, sesso, sincerità - tutto il gioco è a carte scoperte - assieme entrambi siamo migliori, condividiamo un sogno semplice e forte, e siamo abbastanza folli e romantici e brillanti per poterlo realizzare. E poi c'è molto altro, il modo che lei ha di vivere la coppia, la sua energia vitale, i suoi occhi quando mi guardano, e questa partenza.
Sì perchè, anche per me, il biglietto aereo Alitalia non significa ritorno: è una nuova, importante, fondamentale, densa partenza, alla volta di qualcosa di completamente nuovo, sebbene verrà vissuto (forse) su un palco già calcato, almeno da me. E per essere sinceri la parte del ritorno è quella che per certi versi meno mi aggrada, tant'è che a Torino ci fermiamo giusto il tempo di respirare. Il viaggio in sè è qualcosa di entusiasmante, ed è la peggior droga che esista, o la migliore fate voi, e del viaggio, la partenza è la parte più strana e intensa, vissuta a due velocità, prima c'è il marasma, fai il biglietto, la lista delle cose da portare, prepari lo zaino, saluti gli amici, e qualche giorno dopo, quando ne mancano due o tre all'imbarco, quando ormai hai sbrigato tutte le formalità, che guardi la borsa chiusa e pronta e ti chiedi cosa avrai dimenticato questa volta, e ti rendi conto veramente di quello che stai per fare, di quello che lasci, del fatto che in ogni caso quello che andrai a vivere ti cambierà per sempre, lascerai tracce in altri luoghi e loro le lasceranno dentro di te; e ti guardi indietro per vedere le tracce che hai lasciato in questo viaggio, anche se sei stato nello stesso posto per trent'anni. Viaggiare segna, cambia, apre, muta.
Ax mi ha insegnato una parola che ora è inglese ma prima era tedesca: wanderlust, la necessità di girovagare, che in inglese trova una sfumatura sessuale, il desiderio lussurioso di recorrer.
E' strano guardarsi indietro. Ho fatto un delirio per arrivare a questo ... mi sono dovuto spogliare di spesse catene da me stesso intrecciate, ho lasciato dietro di me macerie, cadaveri, cuori infranti, debiti, amici incazzati e rattristati, clienti in lacrime furiose, per venire qua a diecimila miglia di distanza sperando di lavorare con un gruppo di comunisti radicali. Poi non se n'è fatto nulla, un po' perchè mi è parso di capire che considerano la lotta molto personale, un po', credo, per la mia scarsa conoscenza delle espressioni di cortesia in castigliano - ma ormai è storia.
Poi incontro lei, e prima decidiamo di fermarci, poi di partire, e quindi si parte. Si ri-parte. Posso percepire la differente visione di tutto questo da parte degli osservatori esterni, miei e suoi, il relativismo empatico interpretazionale: parti con l'intenzione di restare via e te ne ritorni con qualcuno al tuo fianco - conosci un tano in un boliche e dopo due mesi te ne vai con lui dall'altra parte del mondo. E invece non è questo, non solo, è una minima parte della visione caleidoscopica della vita di due esserini che corrono sul grande, piccolo globo terracqueo.
Mi state seguendo ? perchè io no, mi sono perso, forse avevo un filo da seguire in mezzo alla matassa ma è difficile non divagare ...
Parlavo di Leyla, di partire, e di partire con Leyla. Siamo di nuovo in viaggio; lei si era fermata da qualche tempo, quasi esattamente quando io avevo inizato a viaggiare in senso lato; in senso fisico ormai è più di un anno che non mi fermo, mi sono sciroppato in sequenza Egitto, Costa Rica, Ustica, Argentina, Italia, dando una decisa dimensione spaziale ad un processo di spoliazione e ricostruzione, di ansante ricerca e di faticosa fuga, che mi ha portato finalmente ad incontrare il mio tesoro.
Viene da chiedersi, no ? se è il "destino" che dirige le nostre azioni, o se è la nostra volontà, conscia e subconscia, che scrive il nostro destino giorno dopo giorno nelle pagine vuote del libro in cui verrà raccolta la nostra storia personale ...
Ah ecco, con una piroetta degna di un saltimbanco dell'avanspettacolo in bianco e nero, mi posso riallacciare al terzo tassello: il vivere. Che strana che è a volte, la vita, nonché bellissima, è la cosa più bella che mi sia capitata da quando esisto: il saperlo, e quei giorni che ti svegli e c'è l'aria frizzante e senza nessun motivo tu vai sul balcone, guardi quello che hai davanti senza vederlo, e pensi "che figata !"
Bene, non so come esprimerlo, però, benché non abbia fatto granché in questi mesi, ho l'intensa sensazione di aver vissuto, non villeggiato. E' stato un periodo di intense relazioni sociali, nel mondo fisico e su Internet, ognuna diversa e preziosa, anche se spesso fugace - il tempo di qualche birra, di troppe birre, di una notte sulla spiaggia, una terrazza in mezzo alla giunga cittadina, un locutorio in un pueblo sperduto;
un periodo di dense letture e di lunghe scritture, più le altre delle une, a mano su un quaderno di carta riciclata, quasi sempre su un prato accompagnandomi da un pacchetto di Camel, e solo successivamente, e non sempre, su una tastiera;
un periodo di totale rifiuto dell'italiano e degli italiani (con l'eccezione di Manuel - che fine hai fatto, disgraziato ?), di immersione nel castigliano e di mimetizzazione nella vita locale;
un periodo per buona parte intensamente condiviso con Leyla, le birre compartite, le sigarette smezzate, le parole scambiate, i confronti, i conforti, gli scleri, le feste, i preparativi, le cene, i baci, le lacrime, le notti sulla terrazza a guardare la luna, i fiori, lo scambio di idiomi e tutto quello che potete e che non potete immaginare, quello che siamo e che facciamo assieme, lo straordinariamente semplice e lo straordinario semplicemente, e tutte le pagine che potrei scrivere a riguardo, e tutto quanto non riesco a tradurre in verbo;
un periodo in cui ho vissuto intensamente Buenos Aires, questa città immensa che ti accoglie a braccia aperte, che non mi ha mai fatto sentire straniero, che si considera europea ma per fortuna non lo è per niente. Guardandola così può sembrare, se togliessi la gente e il suo calore, vedendo solo i palazzi edificati da architetti francesi, ma poi ti accorgi delle piccole differenze: le biciclette con il porta-freezer dei gelatai che girano per i parchi, i marciapiedi troppo stretti ricoperti di troppe merde di cane, il modo ignobile che hanno tutti di guidare, i portieri delle case che si passano la notte in vetrina accasciati su una poltrona, gli ascensori con le doppie porte manuali a soffietto, le ferias de artesania y antiguedades, i parchi modello Sim City, il caldo umido, il vento fresco, le piogge stile tropicale, la birra Quilmes, i cartoneros che di notte eseguono la differenziazione dei rifiuti lasciati in strada per guadagnare qualche peso, le marce di protesta con i papelitos lanciati in aria, i bar aperti fino all'alba, i kioskos - tabaccai senza porte nè vetrine, i garage che quando si aprono suonano l'allerta, i tanti senzatetto che dormono negli androni e sulle panchine, le femmine bellissime carnose carnali e sensuali, lo stile della moda, il mondo omosessuale, i locutori, la carne barata e di qualità superiore, il cielo carico di energia, le gallerie d'arte, i cuidadores de perros, le milongas, i ballerini di tango - i gruppi funk - i mimi - gli illusionisti all'angolo della strada; una città da vivere sotto vari aspetti, da attraversare seguendo differenti cammini; una città calda in tutti i sensi, densa di sesso, che si accompagna giustamente (?) e da sempre con droga e rock'n'roll.
Chao Argentina, chao Capitàl, me voy lejos, pero esperame que quiero regresar ... me encantaste. Hasta pronto, lugar precioso donde una noche, entre una cerveza y una charla, encontré el amor de mi vida ...
mercoledì 21 febbraio 2007
Il giapponese
Che poi non è giapponese ma canadase, pero' i tratti sono quelli. Dorme ai miei antipodi rispetto al centro spaziale della camerata, io in alto in uno dei quattro angoli, lui in basso nell'angolo opposto sulla diagonale. Io sono arrivato e mi hanno assegnato quel letto e li' mi sono piazzato, lui c'era da prima e sono sicuro che ha scelto il suo interrogando qualche strumento divinatorio del Feng-Shui. Ha sempre in testa un fazzoletto colorato, non l'ho mai visto senza: pare che se lo tolga solo la notte, a luci già spente, e solo quando si è rintanato nel suo cubicolo che ha oscurato completamente con teli plastici e asciugamani; credo abbia sulla fronte una voglia di eucalipto che venne a sua madre durante la gestazione dopo aver guardato un documentario sui koala, che già da sola è disonorevole perchè ricorda la debolezza di un parente stretto in un momento della vita non sufficientemente difficile perchè essa risulti accettabile, e come se non bastasse ha la forma di un ideogramma che significa qualcosa di atroce, insopportabile, come "immeritevole" o "figlio di un calzolaio di bassa lega".
Quando va in bagno si chiude a chiave, si toglie il fazzoletto dalla testa, lo piega secondo l'arte dell'origami a forma di macaco del monte Fuji, si guarda la voglia e piange, a lungo, in silezio, impotente e cosciente della sua disgrazia - ma ancora incapace di accettarla.
Non parla con nessuno, il giapponese.
Quando è nell'ostello, sta leggendo o scrivendo, e sempre si accompagna con una radiolina antiquata di quelle con un altoparlante, la radio fm e il lettore di nastri magnetici, custodita gelosamente nel suo locker assieme a una porzione di tonno sushi in scatola sotto vuoto, una boccetta di olio di balena, una pastiglia al cianuro, due frammenti non combacianti di una katana e parti di osso mandibolare, gli ultimi due appartenuti ad un suo antenato prima samurai, poi ronin rinnegato.
Il fatto è che dalla radio, anche se mai la accendesse in presenza di qualcuno, non uscirebbe musica, almeno non quello che noi intendiamo per musica, perchè sarebbe in giapponese; come se non bastasse, una volta l'ho incrociato in giro per la città in un posto dove non c'era nulla da vedere, e Buenos Aires è immensa; e a Colonia me lo sono ritrovato nell'ostello, lui e il suo fazzoletto blu per capelli. E' chiaro che è una spia, un agente segreto, oppure uno yakuza.
Sotto la copertura di anonimo ed eccentrico turista del sol levante, si nasconde un freddo intermediario di un qualche potere occulto. Di giorno esce, si intrufola in una qualche visita guidata, in un gruppo di veri turisti veramente giapponesi, non gaijin come lui, e quando termina il giro culturale ha in tasca un nastro magnetico. Nel primo lato, solo gli viene detto dove andare a comprare il libro. Lui va in libreria, una delle tante della capitale, sempre diversa, chiede il libro, ed è - guarda il caso - rimasta esattamente una copia, l'ultima, l'unica, anche se il libro è sempre lo stesso: Pensieri di Confucio - in giapponese.
Ma se ance tu conoscessi il nipponico idioma e lo leggessi, ti accorgeresti che non sono le parole del savio chino quelle che vi sono impresse: sono sequenze di ideogrammi senza significato. Sì, perchè sul secondo lato del nastro ci sono le istruzioni per decifrare il doppio codice, sequenze di katakana, codice codificato secondo criteri antichi - naturalistici - giapponesi: procedi in successione secondo Fibonacci partendo dal quinto anello libero della spirale ideografica; l'aurea forma del nautilo si libra simmetricamente dal centro energetico; la posizione del loto evanescente sotto la luce della terza luna di marzo ti indicherà la strada.
Così ritorna, ascolta con le cuffie, come se altri potessero intendere - ma la prudenza non è mai troppa; legge, decifra, interpetra, appunta, e tutti vedono solo un muto giapponese che riflette sulle parole illuminate di un libricino pieno di draghi colorati, scimmie senzienti, monaci maiali e spiriti volpe. Compila diligente la sua risposta, si reca il luoghi anonimi per incontrare le sue controparti, schiaccia con disgusto una blatta che si è avvicinata troppo alle sue delicate scarpe Prada.
Ritorna all'ostello e si prepara un solitario riso con tofu, oppure uno spaghetto di soia con bocconcini di maiale. Osserva, e ascolta: perchè lo sa bene che la sua maschera non può reggere, è eccessivamente caricata, qualcuno prima o poi sospetterà di lui, perchè ... da quanti mesi sei qua, giapponese ? Perchè non parli con nessuno ? Perchè non affitti un appartamento ? Perchè non ci fai ascoltare la tua musica millenaria con la tua radiolina vetusta ? Che cosa leggi sempre così attentamente ? Cosa nascondi sotto il fazzoletto ? E' vero che ti masturbi annusando mutandine usate da collegiali nel tuo cubicolo oscuro ? Perchè non sei riuscito ad inventarti una storia plausibile, anziché lasciare il segreto della tua identità nelle sole e bucate mani dell'isolamento volontario ?
Ecco perchè l'ho incontrato in quei posti assurdi, mi sta pedinando, e chissà quante altre volte mi ha osservato di nascosto, forse anche adesso con un binocolo tenta di capire cosa scrivo analizzando le oscillazioni della mia penna a sfera - perchè lui sa che io sospetto, e che i miei sospetti sono fondati; e orami è vicino alla conclusione dell'affare, non può permettersi errori, né contrattempi, né intralci di alcun tipo.
Fra pochi giorni riempiranno un capodoglio di panette di coca e lo inveranno a Tokio, trainato da una improbabile baleniera boliviana, mentre i visceri dell'animale verranno fusi e modellati in forma di wurstel e lanciati sul mercato a 14 centavos di lek cadauno, sotto il nome di una compagnia fittizia che in una settimana, attraverso abili speculazioni finanziarie e il ribassamento globale del prezzo dell'insaccato aqueroso, dovrebbe portare la Kruppenfaust, azienda leader mondiale del settore, alla completa rovina.
Tutto questo perchè un cugino secondo del nonno dell'attuale titolare dell'impresa, emigrato in centro america verso la fine della seconda guerra, era solito rubare, ignaro lui, le galline al vedovo della signora delle pulizie di un fratello di sangue del terzo uomo, in ordine di importanza, della mafia peruviana - che non dimentica, e ora esige vendetta.
Il giapponese, da tutto questo, ricaverà sufficiente denaro per un intervento estetico al laser, atto a rimuovere l'infamante voglia dal suo grosso e lucente cranio, che in queste notti di luna orlata dalle nubi pulsa rovente come il cuore di uno gnu decollato da un machete nel corso di un rito propiziatorio nelle calde e sudate budella dell'africa nera ...
Quando va in bagno si chiude a chiave, si toglie il fazzoletto dalla testa, lo piega secondo l'arte dell'origami a forma di macaco del monte Fuji, si guarda la voglia e piange, a lungo, in silezio, impotente e cosciente della sua disgrazia - ma ancora incapace di accettarla.
Non parla con nessuno, il giapponese.
Quando è nell'ostello, sta leggendo o scrivendo, e sempre si accompagna con una radiolina antiquata di quelle con un altoparlante, la radio fm e il lettore di nastri magnetici, custodita gelosamente nel suo locker assieme a una porzione di tonno sushi in scatola sotto vuoto, una boccetta di olio di balena, una pastiglia al cianuro, due frammenti non combacianti di una katana e parti di osso mandibolare, gli ultimi due appartenuti ad un suo antenato prima samurai, poi ronin rinnegato.
Il fatto è che dalla radio, anche se mai la accendesse in presenza di qualcuno, non uscirebbe musica, almeno non quello che noi intendiamo per musica, perchè sarebbe in giapponese; come se non bastasse, una volta l'ho incrociato in giro per la città in un posto dove non c'era nulla da vedere, e Buenos Aires è immensa; e a Colonia me lo sono ritrovato nell'ostello, lui e il suo fazzoletto blu per capelli. E' chiaro che è una spia, un agente segreto, oppure uno yakuza.
Sotto la copertura di anonimo ed eccentrico turista del sol levante, si nasconde un freddo intermediario di un qualche potere occulto. Di giorno esce, si intrufola in una qualche visita guidata, in un gruppo di veri turisti veramente giapponesi, non gaijin come lui, e quando termina il giro culturale ha in tasca un nastro magnetico. Nel primo lato, solo gli viene detto dove andare a comprare il libro. Lui va in libreria, una delle tante della capitale, sempre diversa, chiede il libro, ed è - guarda il caso - rimasta esattamente una copia, l'ultima, l'unica, anche se il libro è sempre lo stesso: Pensieri di Confucio - in giapponese.
Ma se ance tu conoscessi il nipponico idioma e lo leggessi, ti accorgeresti che non sono le parole del savio chino quelle che vi sono impresse: sono sequenze di ideogrammi senza significato. Sì, perchè sul secondo lato del nastro ci sono le istruzioni per decifrare il doppio codice, sequenze di katakana, codice codificato secondo criteri antichi - naturalistici - giapponesi: procedi in successione secondo Fibonacci partendo dal quinto anello libero della spirale ideografica; l'aurea forma del nautilo si libra simmetricamente dal centro energetico; la posizione del loto evanescente sotto la luce della terza luna di marzo ti indicherà la strada.
Così ritorna, ascolta con le cuffie, come se altri potessero intendere - ma la prudenza non è mai troppa; legge, decifra, interpetra, appunta, e tutti vedono solo un muto giapponese che riflette sulle parole illuminate di un libricino pieno di draghi colorati, scimmie senzienti, monaci maiali e spiriti volpe. Compila diligente la sua risposta, si reca il luoghi anonimi per incontrare le sue controparti, schiaccia con disgusto una blatta che si è avvicinata troppo alle sue delicate scarpe Prada.
Ritorna all'ostello e si prepara un solitario riso con tofu, oppure uno spaghetto di soia con bocconcini di maiale. Osserva, e ascolta: perchè lo sa bene che la sua maschera non può reggere, è eccessivamente caricata, qualcuno prima o poi sospetterà di lui, perchè ... da quanti mesi sei qua, giapponese ? Perchè non parli con nessuno ? Perchè non affitti un appartamento ? Perchè non ci fai ascoltare la tua musica millenaria con la tua radiolina vetusta ? Che cosa leggi sempre così attentamente ? Cosa nascondi sotto il fazzoletto ? E' vero che ti masturbi annusando mutandine usate da collegiali nel tuo cubicolo oscuro ? Perchè non sei riuscito ad inventarti una storia plausibile, anziché lasciare il segreto della tua identità nelle sole e bucate mani dell'isolamento volontario ?
Ecco perchè l'ho incontrato in quei posti assurdi, mi sta pedinando, e chissà quante altre volte mi ha osservato di nascosto, forse anche adesso con un binocolo tenta di capire cosa scrivo analizzando le oscillazioni della mia penna a sfera - perchè lui sa che io sospetto, e che i miei sospetti sono fondati; e orami è vicino alla conclusione dell'affare, non può permettersi errori, né contrattempi, né intralci di alcun tipo.
Fra pochi giorni riempiranno un capodoglio di panette di coca e lo inveranno a Tokio, trainato da una improbabile baleniera boliviana, mentre i visceri dell'animale verranno fusi e modellati in forma di wurstel e lanciati sul mercato a 14 centavos di lek cadauno, sotto il nome di una compagnia fittizia che in una settimana, attraverso abili speculazioni finanziarie e il ribassamento globale del prezzo dell'insaccato aqueroso, dovrebbe portare la Kruppenfaust, azienda leader mondiale del settore, alla completa rovina.
Tutto questo perchè un cugino secondo del nonno dell'attuale titolare dell'impresa, emigrato in centro america verso la fine della seconda guerra, era solito rubare, ignaro lui, le galline al vedovo della signora delle pulizie di un fratello di sangue del terzo uomo, in ordine di importanza, della mafia peruviana - che non dimentica, e ora esige vendetta.
Il giapponese, da tutto questo, ricaverà sufficiente denaro per un intervento estetico al laser, atto a rimuovere l'infamante voglia dal suo grosso e lucente cranio, che in queste notti di luna orlata dalle nubi pulsa rovente come il cuore di uno gnu decollato da un machete nel corso di un rito propiziatorio nelle calde e sudate budella dell'africa nera ...
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